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lunedì 20 agosto 2018

Garcia Lorca


Carissimi lettori e lettrici
il 19 agosto del 1936 moriva un grande poeta spagnolo: Garcia Lorca.

Vi posto  un mio piccolo contributo alla sua memoria, scritto nel 2016.
Buona lettura.



Garcia Lorca
nato il/6/1898 ed è morto assassinato con la fucilazione il 19/8/1936 a Vizinar in Spagna, il suo corpo non è mai stato ritrovato.
Poeta e drammaturgo andaluso, si può considerare uno dei poeti massimi che la Spagna abbia avuto e che il mondo intero ha amato, non a caso qualcuno ha scritto che il suo omicidio è stato "un crimine contro l'umanità", un crimine commesso durante la dittatura franchista e per la sola colpa di scrivere versi e di essere omosessuale..

Durante la vita universitaria conobbe personaggi illustri con i quali cominciò una collaborazione culturale per cercare dare vita  e voce alla cultura spagnola emergente, conobbe Dalì, Neruda, Bunuel, Alberti. I suoi progetti finirono presto, durante il colpo di stato ad opera dei militari franchisti, fu catturato e fucilato.

Ma il potere franchista non ha certo fermato il potere più forte che si ritrova nelle sue poesie, che hanno varcato il confine della Spagna e reso immortale i versi di Garcia Lorca.

Le sue poesie sono intrise di una velata melanconia, i suoi versi sono simili al suono della chitarra, strumento tanto amato dal poeta, tanto da dedicargli una poesia.
La vera forza delle parole di Lorca è incisa in quella forza quasi sovrannaturale che viene definita El Duende, una forza che è quasi un connubio con le varie forze della natura e che la terra magicamente trasforma in versi o in musica, ed in questa forza vi sono racchiuse le storie del passato, i nostri avi, i nostri colori e sapori. I suoi versi contengono il passato della cultura spagnola ed è in questo che trova forza e vigore nella cultura araba e zingara che ne sono le vere radici e scorrono nel sangue dei poeti o intellettuali spagnoli come una linfa vitale che li rende immortale, come la cultura che
tramandando vestendola di nuove parole.

Nei versi di Lorca v'è è tutta l'Andalusia, vi è tutta la magia dei zigani, vi è il flamenco, vi sono i balli attorno al fuoco, vi sono le corride... ed è per questo che suona melodiosa, melanconica e forte. La forza del duende è questa, le radici che emergono prorompenti e capaci di soggiogare colui che le ascolta e trascinarlo in questo luogo atavico fatto di magia colori e suoni, e come in un vortice lo rapisce e lo rende amante, come in un amplesso, dei versi andalusi.

Le sue raccolte più famose sono: PRIMER ROMANCERO GITANO - POETA A NEW YORK - LAMENT FOR IGNACIO SANCHEZ - POEMA DEL CANTE JONDO, e altri.
Scrisse anche delle opere teatrali tra cui ricordiamo: NOZZE DI SANGUE - LA CASA DI BERNARDA ALBA - YERMA - DONNA ROSITA e altri









Ecco alcune sue poesie





LA CHITARRA

Incomincia il pianto
della chitarra.
Si rompono le coppe
dell'alba.
Incomincia il pianto
della chitarra.
È inutile
farla tacere.
È impossibile
farla tacere.
Piange monotona
come piange l'acqua,
come piange il vento
sulla neve.
È impossibile
farla tacere.
Piange per cose
lontane.
Arena del caldo Meridione
che chiede camelie bianche.
Piange freccia senza bersaglio
la sera senza domani
e il primo uccello morto
sul ramo.
Oh, chitarra,
cuore trafitto
da cinque spade.

Da Lamento per Ignacio Sánchez Mejías
Il cozzo e la morte
Alle cinque della sera.

Eran le cinque in punto della sera.
Un bambino portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una sporta di calce già pronta
alle cinque della sera.
Il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera.
Il vento portò via i cotoni
alle cinque della sera.
E l'ossido seminò cristallo e nichel
alle cinque della sera.
Già combatton la colomba e il leopardo
alle cinque della sera.
E una coscia con un corno desolato
alle cinque della sera.
Cominciarono i suoni di bordone
alle cinque della sera.
Le campane d'arsenico e il fumo
alle cinque della sera.
Negli angoli gruppi di silenzio
alle cinque della sera.
Solo il toro ha il cuore in alto!
alle cinque della sera.
Quando venne il sudore di neve
alle cinque della sera,
quando l'arena si coperse di iodio
alle cinque della sera,
la morte pose le uova nella ferita
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Alle cinque in punto della sera.
Una bara con ruote è il letto
alle cinque della sera.
Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie
alle cinque della sera.
Il toro già mugghiava dalla fronte
alle cinque della sera.
La stanza s'iridava d'agonia
alle cinque della sera.
Da lontano già viene la cancrena
alle cinque della sera.
Tromba di giglio per i verdi inguini
alle cinque della sera.
Le ferite bruciavan come soli
alle cinque della sera.
E la folla rompeva le finestre
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Ah, che terribili cinque della sera!
Eran le cinque a tutti gli orologi!
Eran le cinque in ombra della sera!


Notturno

Ho tanta paura
delle foglie morte,
paura dei prati
gonfi di rugiada.
Vado a dormire;
se non mi sveglierai
lascerò al tuo fianco
il mio freddo cuore.
Che cosa suona
così lontano?
Amore. Il vento sulle vetrate,
amor mio!
Ti cinsi collane
con gemme d’aurora.
Perché mi abbandoni
su questo cammino?
Se vai tanto lontana
il mio uccello piange
e la vigna verde
non darà vino.
Che cosa suona
così lontano?
Amore. Il vento sulle vetrate,
amor mio!
Non saprai mai
o mia sfinge di neve,
quanto
t’avrei amata
quei mattini
quando a lungo piove
e sul ramo secco
si disfa il nido.
Che cosa suona
così lontano?

Amore. Il vento sulle vetrate,
amor mio!
Non saprai mai
o mia sfinge di neve,
quanto
t’avrei amata
quei mattini
quando a lungo piove
e sul ramo secco
si disfa il nido.
Che cosa suona
così lontano?
Amore. Il vento sulle vetrate,
amore mio!

venerdì 9 febbraio 2018

Neera - un'autrice del passato

Carissime amiche ed amici del blog.

Oggi voglio parlarvi di una scrittrice dimenticata, che non figura in nessuna antologia scolastica, eppure fu un'autrice prolifica e brava, espressione del verismo, e portatrice di una ventata di freschezza per la condizione femminile. 

Una scrittrice che ha anticipato, con la sua tematica a favore delle donne, Sibilla Aleramo.

Vi posto alcune righe sperando di suscitare la vostra curiosità ed approfondire la sua conoscenza: NEERA.


Anna Radius Zuccari. nacque a Milano il 7 maggio 1846, e ivi morì 19 luglio 1918. 

Come scrittrice assunse il nome di Neera, la provenienza da una famiglia agiata e borghese fu interrotta precocemente, con la morte, della madre prima e del padre successivamente.

 Dovette trasferirsi, presso due zie, e le sue condizioni economiche cambiarono radicalmente. Nel 1871 si sposò con un banchiere ed ebbe due figli. La sua carriera artistica iniziò molto tardi, al ritorno nella sua Milano dove cominciò a frequentare salotti letterari. 

Fu amica di Verga e Capuana ed aderì anche lei al movimento Verista. Fu una scrittrice molto seguita, scrisse moltissimi libri , circa una quarantina, le sue storie erano sempre centrate sulla condizione della donna, anche se non si può e non fu, definita scrittrice femminista.

 Le sue storie erano ritratti della quotidianità di vita e delle tristi condizioni in cui versava sempre la donna


Storie di donne che devono sempre sacrificarsi, che devono sempre rinunciare alla propria affermazione sociale. La sua, fu una scrittura equilibrata, non amava gli eccessi del verismo e nemmeno del femminismo. I suoi racconti e novelle erano ritratti della quotidianità di vita.

Durante una conferenza tenuta dalla grande Antonia Arslan, ricercatrice delle scrittrici del passato, ha definito Neera una grande scrittrice, al pari di Matilde Serao, e merita un posto di tutto rispetto nell'antologia delle donne scrittrici, di cui lei si fa promotrice della loro scoperta e valorizzazione.

Teresa e Lydia sono tra i  romanzi di Neera, dove maggiormente esplicita la necessità delle donne a cercare un posto nella società di allora, una società che precludeva la loro affermazione, al di la dei ruoli precostituiti.

Alcuni tra i suoi romanzi più noti:

Vecchie catene, Milano 1878, Un nido, Milano 1880, Il castigo, Milano 1881, Il marito dell'amica, Milano 1885, Maura, Milano 1886, Teresa, Milano 1886, Lydia, Milano 1888, La freccia del parto, ed altre novelle, Milano 1894, Anima sola, Milano 1895, L'amor platonico, Napoli 1897, Uomini, uomini, donne, donne, Firenze 1903, Una passione, Milano 1903, Le idee di una donna, Milano 1904.



Un piccolo assaggio della sua scrittura tratto dal suo romanzo più noto: TERESA.
Erano proprio amiche, ora; da quando Teresina aveva compiuto i vent’anni, la pretora aveva voluto che le desse del tu. Venivano dietro silenziose; la pretora preoccupata, Teresa nell’estasi dei suoi sogni, guardando la riva opposta del fiume.
Bruscamente, com’era suo costume, la pretora disse:
— Guardi verso Parma, dove c’è Orlandi?
La fanciulla arrossì tutta, impreparata alla lotta.— Non negare, sai, è inutile. Il tuo è il segreto di Pulcinella.— Come?...— Come avviene sempre di questa sorta di segreti.Teresina raccontò ogni cosa; poiché custodir un segreto amoroso è una voluttà, ma farne la
confidenza ad un’amica è voluttà maggiore.Accesa in volto, con una sovrabbondanza di gesti e di parole, ella tentò di far capire come
Orlandi l’amava; ma la pretora l’ascoltava senza molta emozione, tacendo.— Vedi se l’ho trovato l'amore ardente e puro? Esiste!
La pretora continuava a tacere, camminando a testa bassa, coll'aria di persona che medita.— Ebbene, non credi?— Che cosa?— Che Egidio mi ami.— Oh! sì... lo credo.— E allora perché fai quella ciera scura?— Perché... non saprei, ma non sono d’opinione ch’egli possa renderti felice.— Non è un buon giovane?— Te lo accordo.— Hai visto, quando ci fu l’innondazione, come si prestò senza compenso alcuno, conrischio della vita? Tutti allora parlavano di lui come di un eroe.— È vero— Ha ingegno.— Senza discussione.— È simpatico, bello...— E questi sono, non v’ha dubbio, i suoi meriti piú evidenti.— Se poi lo conoscessi, nell’intimità, quant’è caro...— Anche di ciò sono persuasa. Ma è una testa calda, capisci? piena di grilli, con pocatenacità di propositi, con nessuna voglia di lavorare...64— Sembri mio padre! — esclamò Teresina con dispetto. — Come se tutti al mondodovessero essere posati, seri e noiosi per riuscire a qualche cosa di buono.— È un fatto — continuò la pretora — che da tre anni si mangia regolarmente i denari della
laurea.— Ma quest'anno no. Me lo ha promesso.— Voglio ammettere. E dopo?— Dopo ci sposiamo.— Così?La ragazza mostrò di non comprendere.— Non può esercitare l'avvocatura prima di averne fatta la pratica.— La farà.— Altri due anni.— Pazienza.— Egli di casa sua non è ricco...— Insomma finiscila. Io l'amo.Dopo questa interruzione violenta, la fanciulla pianse un poco, stringendosi al bracciodell’amica, ripetendole che adorava Egidio, che non avrebbe potuto vivere senza di lui.La pretora si intenerì; ricordò anche lei i suoi primi amori, le belle illusioni de’ suoi vent’anni.— Infine — mormorò — posso ingannarmi. Orlandi non è cattivo; se ti ama veramente, saprà compiere il miracolo.— Mi ama!Così gridò Teresina infiammata d’entusiasmo, colle braccia tese verso la riva destra del Po,
dove il sole tramontando accendeva i boschi.65XIV.La grande novità fra gli studenti, quell'anno, era la laurea d’Orlandi; una laurea splendida,vinta a furia d’audacia, come un assalto alla baionetta.Che cosa aveva potuto indurre quello studente così poco studioso ad abbandonare una vitache sembrava oramai entrata nelle sue abitudini?Si susurrava misteriosamente, a Parma, di un amore segreto. Al di qua del fiume, il mistero
si diradava di giorno in giorno: non era nemmeno piú un mistero. Tutti avevano veduto Orlandinella via di San Francesco, e ne indovinavano il perché. Le ragazze non potevano darsi pace apensare come mai il piú bel giovane dei dintorni si perdesse con quella Caccia, la quale non era né
bella, né appariscente.E la guardavano con curiosità invidiosa, quando usciva dalla messa, facendola passare dalla
testa ai piedi, commentandola sarcasticamente, a parole brevi, acute, saettanti.— È però simpatica — disse una volta Luzzi rispondendo alle sue cognatine.— Simpatica! — esclamò l'ultima delle Portalupi — ecco una parola inventata percontentino delle donne che non hanno nessuna bellezza.In casa non si sapeva ancor nulla, ma la pretora continuava a ricevere le confidenze diTeresina.— Quando fa conto di sposarti?— Appena finita la pratica.— Dove pratica?— Dal primo avvocato di Parma, il Sandri.— Tua madre non s’è accorta di nulla?— Non credo.— Diglielo.
Ma questo era uno scoglio. Teresina non sapeva da che parte rifarsi; 


Fonti.
Ogni anno, Antonia Arslan viene a Mantova per partecipare al Festivaletteratura, ed insieme con l'associazione AIDA, ci fa conoscere grandi scrittrici, letterate e poetesse del passato. Dobbiamo a lei il ritorno dall'oblio di queste autrici. 

Se partecipate al festival, non dimenticate di partecipare alle sue conferenze, allietate da performance di ballerine, musica e recitazione. Si tengono ormai da 8 anni presso il Teatro Bibiena al mercoledì , giorno dell'apertura del festival.


Dobbiamo ringraziare Antonia Arslan che ha riportato fuori dall'oblio autrice di successo di cui nessuna antologia letteraria cita. Questa grande scrittrice e riuscita a riportare in vita letterate di pregio e valore, facendoci conoscere autrici di grande spessore letterario.

Alla prossima autrice dimenticata.
Maria Lucia





lunedì 22 gennaio 2018

Lord Byron

Carissimi amici ed amiche benvenuti anche oggi nel mio blog.
Oggi voglio ricordarvi l'anniversario della nascita di un grande poeta. Un poeta che rappresenta la massima espressione nel romanticismo poetico. Un poeta che con la sua melanconia ed inquietudine ha ben rappresentato questa corrente letteraria. 
Il suo nome è: George Gordon Noel Byron, conosciuto come Lord Byron, uno dei massimi poeti inglesi, ma amato in tutto il mondo. 

Il poeta ha amato l'Italia, tanto da partecipare attivamente nella vita politica italiana, partecipò ai moti carbonari nel 1821, fu un accanito anticlericale e lotto contro il Vaticano.
Si innamorò anche di un'italiana, Teresa, sposa diciottenne di un ricco sessantenne, scapparono via insieme e vissero girovagando l'Italia: Venezia, Pisa, Livorno e infine Lerici.
Sia a Pisa che a Lerici ebbe un forte seguito a livello letterario ed i suoi circoli erano molto seguiti, fu seguito dal suo amico poeta Shelley e ne soffrì moltissimo della tragica morte nel 1822, anno in cui morì Allegra la figlia avuta dalla sua prima moglie.

Il poeta riprese a vagabondare e andò a Cefalonia a combattere per l'indipendenza greca, lasciò la compagna Teresa, e nel 1923 combatte anche questa battaglia. 

Si innamorò, non corrisposto, di un quindicenne del luogo. Morì nel 1824 a soli 36 anni. Nella sua pur breve vita ci ha lasciato poesie che toccano l'anima e riescono ad essere versi universali.
"Nel gennaio 1824 si trasferì - chiamato dal patriota Alessandro Mavrocordato - a Missolungi, dove morì, forse in seguito a febbri reumatiche, il 19 aprile; vicino a sé aveva il manoscritto dell'incompleto XVII canto del Don Juan. La salma venne tumulata nella chiesa di St. Mary Magdalene a Hucknall Torkard, non lontano da Newstead Abbey. Il funerale vide un interminabile, spettrale corteo di quarantasette carrozze listate a lutto ma vuote, col solo postiglione: fu l'ultima vendetta dell'aristocrazia verso il poeta ribelle."

Passa radiosa, come la notte tersa
Passa radiosa, come la notte tersa
dai cieli stellati;
il meglio del buio e del fulgore
si incontra nei suoi occhi
addolciti a quella tenera luce
che il cielo nega allo sforzo del giorno.
Un’ombra in più, un raggio in meno, avrebbero
in parte guastato la grazia senza nome
che si posa sui capelli neri
o illumina il volto con dolcezza,
dove pensieri limpidi
svelano pura e preziosa dimora.
Su quella guancia, sopra quella fronte serena
sorrisi e colori parlano di pacifici giorni,
di un intelletto in armonia con tutto,
di un cuore che ama innocente.

Vi è un piacere nei boschi inesplorati

Vi è un piacere nei boschi inesplorati
e un'estasi nelle spiagge deserte,
vi è una compagnia che nessuno può turbare
presso il mare profondo,
e una musica nel suo ruggito;
non amo meno l'uomo ma di più la natura
dopo questi colloqui dove fuggo
da quel che sono o prima sono stato
per confondermi con l'universo e lì sentire
ciò che mai posso esprimere
né del tutto celare.

.

venerdì 21 ottobre 2016

il piccolo scrivano fiorentino


Ecco per voi uno dei racconti mensili tratto dal libro Cuore


IL PICCOLO SCRIVANO FIORENTINO.
(Racconto mensile)



Faceva la quarta elementare. Era un grazioso fiorentino di dodici anni, nero di capelli e bianco di viso, figliuolo maggiore d’un impiegato delle strade ferrate, il quale, avendo molta famiglia e poco stipendio, viveva nelle strettezze. Suo padre lo amava ed era assai, ed era buono e indulgente con lui: indulgente in tutto fuorchè in quello che toccava la scuola: in questo pretendeva molto e si mostrava severo perchè il figliuolo doveva mettersi in grado di ottener presto un impiego per aiutar la famiglia; e per valer presto qualche cosa [p. 66 modifica]gli bisognava faticar molto in poco tempo. E benchè il ragazzo studiasse, il padre lo esortava sempre a studiare. Era già avanzato negli anni, il padre, e il troppo lavoro l’aveva anche invecchiato prima del tempo. Non di meno, per provvedere ai bisogni della famiglia, oltre al molto lavoro che gl’imponeva il suo impiego, pigliava ancora qua e là dei lavori straordinari di copista, e passava una buona parte della notte a tavolino. Da ultimo aveva preso da una Casa editrice, che pubblicava giornali e libri a dispense, l’incarico di scriver sulle fasce il nome e l’indirizzo degli abbonati, e guadagnava tre lire per ogni cinquecento di quelle strisciole di carta, scritte in caratteri grandi e regolari. 
Ma questo lavoro lo stancava, ed egli se ne lagnava spesso con la famiglia, a desinare. — I miei occhi se ne vanno, — diceva, — questo lavoro di notte mi finisce. — Il figliuolo gli disse un giorno: — Babbo, fammi lavorare in vece tua; tu sai che scrivo come te, tale e quale. — Ma il padre gli rispose: — No figliuolo; tu devi studiare; la tua scuola è una cosa molto più importante delle mie fasce; avrei rimorsi di rubarti un’ora; ti ringrazio, ma non voglio, e non parlarmene più.
Il figliuolo sapeva che con suo padre, in quelle cose, era inutile insistere, e non insistette. Ma ecco che cosa fece. Egli sapeva che a mezzanotte in punto suo padre smetteva di scrivere, e usciva [p. 67 modifica]dal suo stanzino da lavoro per andare nella camera da letto. Qualche volta l’aveva sentito: scoccati i dodici colpi al pendolo, aveva sentito immediatamente il rumore della seggiola smossa e il passo lento di suo padre. Una notte aspettò ch’egli fosse a letto, si vestì piano piano, andò a tentoni nello stanzino, riaccese il lume a petrolio, sedette alla scrivania, dov’era un mucchio di fasce bianche e l’elenco degli indirizzi, e cominciò a scrivere, rifacendo appuntino la scrittura di suo padre. E scriveva di buona voglia, contento, con un po’ di paura, e le fasce s’ammontavano, e tratto tratto egli smetteva la penna per fregarsi le mani, e poi ricominciava con più alacrità, tendendo l’orecchio, e sorrideva. Centosessanta ne scrisse: una lira! Allora si fermò, rimise la penna dove l’aveva presa, spense il lume, e tornò a letto, in punta di piedi.
Quel giorno, a mezzodì, il padre sedette a tavola di buon umore. Non s’era accorto di nulla. Faceva quel lavoro meccanicamente, misurandolo a ore e pensando ad altro, e non contava le fasce scritte che il giorno dopo. Sedette a tavola di buonumore, e battendo una mano sulla spalla al figliuolo: — Eh, Giulio, — disse, — è ancora un buon lavoratore tuo padre, che tu credessi! In due ore ho fatto un buon terzo di lavoro più del solito, ieri sera. La mano è ancora lesta, e gli occhi fanno ancora il loro dovere. — E Giulio, [p. 68 modifica]contento, muto, diceva tra sè: “Povero babbo, oltre al guadagno, io gli dò ancora questa soddisfazione, di credersi ringiovanito. Ebbene, coraggio„.
Incoraggiato dalla buona riuscita, la notte appresso, battute le dodici, su un’altra volta, e al lavoro. E così fece per varie notti. E suo padre non s’accorgeva di nulla. Solo una volta, a cena, uscì in quest’esclamazione: — È strano, quanto petrolio va in questa casa da un po’ di tempo! — Giulio ebbe una scossa; ma il discorso si fermò lì. E il lavoro notturno andò innanzi.
Senonchè, a rompersi così il sonno ogni notte, Giulio non riposava abbastanza, la mattina si levava stanco, e la sera, facendo il lavoro di scuola, stentava a tener gli occhi aperti. Una sera, — per la prima volta in vita sua, — s’addormentò sul quaderno. — Animo! animo! — gli gridò suo padre, battendo le mani, — al lavoro! — Egli si riscosse e si rimise al lavoro. Ma la sera dopo, e i giorni seguenti, fu la cosa medesima, e peggio: sonnecchiava sui libri, si levava più tardi del solito, studiava la lezione alla stracca, pareva svogliato dello studio. Suo padre cominciò a osservarlo, poi a impensierirsi, e in fine a fargli dei rimproveri. Non glie ne aveva mai dovuto fare! — Giulio, — gli disse una mattina, — tu mi ciurli nel manico, tu non sei più quel d’una volta. Non mi va questo. Bada, tutte le speranze della [p. 69 modifica]famiglia riposano su di te. Io son malcontento, capisci! — A questo rimprovero, il primo veramente severo ch’ei ricevesse, il ragazzo si turbò. E “sì, — disse tra sè, — è vero; così non si può continuare; bisogna che l’inganno finisca.„ Ma la sera di quello stesso giorno, a desinare, suo padre uscì a dire con molta allegrezza: — Sapete che in questo mese ho guadagnato trentadue lire di più che nel mese scorso, a far fasce! — e dicendo questo, tirò di sotto alla tavola un cartoccio di dolci, che aveva comprati per festeggiare coi suoi figliuoli il guadagno straordinario, e che tutti accolsero battendo le mani. E allora Giulio riprese animo, e disse in cuor suo: “No, povero babbo, io non cesserò d’ingannarti; io farò degli sforzi più grandi per studiar lungo il giorno; ma continuerò a lavorare di notte per te e per tutti gli altri.„ E il padre soggiunse: — Trentadue lire di più! Son contento... Ma è quello là, — e indicò Giulio, — che mi dà dei dispiaceri. — E Giulio ricevè il rimprovero in silenzio, ricacciando dentro due lagrime che volevano uscire; ma sentendo ad un tempo nel cuore una grande dolcezza.
E seguitò a lavorare di forza. Ma la fatica accumulandosi alla fatica, gli riusciva sempre più difficile di resistervi. La cosa durava da due mesi. Il padre continuava a rimbrottare il figliuolo e a guardarlo con occhio sempre più corrucciato. Un [p. 70 modifica]giorno andò a chiedere informazioni al maestro, e il maestro gli chiese: - Sì, fa, fa, perché ha intelligenza. Ma non ha più la voglia di prima. Sonnecchia, sbadiglia, è distratto. Fa delle composizioni corte, buttate giù in fretta, in cattivo carattere. Oh! potrebbe far molto, ma molto di più. - Quella sera il padre prese il ragazzo in disparte e gli disse parole più gravi di quante ei ne avesse mai intese. - Giulio, tu vedi ch’io lavoro, ch’io mi logoro la vita per la famiglia. Tu non mi assecondi. Tu non hai cuore per me, nè per i tuoi fratelli, nè per tua madre! - Ah no! non lo dire, babbo! - gridò il figliuolo scoppiando in pianto, e aprì la bocca per confessare ogni cosa. Ma suo padre l’interruppe, dicendo: - Tu conosci le condizioni della famiglia; sai se c’è bisogno di buon volere e di sacrifici da parte di tutti. Io stesso, vedi, dovrei raddoppiare il mio lavoro. Io contavo questo mese sopra una gratificazione di cento lire alle strade ferrate, e ho saputo stamani che non avrò nulla! - A quella notizia, Giulio ricacciò dentro subito la confessione che gli stava per fuggire dall’anima, e ripeté risolutamente a sé stesso: - No, babbo, io non ti dirò nulla; io custodirò il segreto per poter lavorare per te; del dolore di cui ti son cagione, ti compenso altrimenti; per la scuola studierò sempre abbastanza da esser promosso; quello che importa è di aiutarti a guadagnar la vita, e di alleggerirti la fatica che t’uccide. - [p. 71 modifica]E tirò avanti, e furono altri due mesi di lavoro di notte e di spossatezza di giorno, di sforzi disperati del figliuolo e di rimproveri amari del padre. Ma il peggio era che questi s’andava via via raffreddando col ragazzo, non gli parlava più che di rado, come se fosse un figliuolo intristito, da cui non restasse più nulla a sperare, e sfuggiva quasi d’incontrare il suo sguardo. E Giulio se n’avvedeva, e ne soffriva, e quando suo padre voltava le spalle, gli mandava un bacio furtivamente, sporgendo il viso, con un sentimento di tenerezza pietosa e triste; e tra per il dolore e per la fatica, dimagrava e scoloriva, e sempre più era costretto a trasandare i suoi studi. E capiva bene che avrebbe dovuto finirla un giorno, e ogni sera si diceva: — Questa notte non mi leverò più; — ma allo scoccare delle dodici, nel momento in cui avrebbe dovuto riaffermare vigorosamente il suo proposito, provava un rimorso, gli pareva, rimanendo a letto, di mancare a un dovere, di rubare una lira a suo padre e alla sua famiglia. E si levava, pensando che una qualche notte suo padre si sarebbe svegliato e l’avrebbe sorpreso, o che pure si sarebbe accorto dell’inganno per caso, contando le fasce due volte; e allora tutto sarebbe finito naturalmente, senza un atto della sua volontà, ch’egli non si sentiva il coraggio di compiere. E così continuava.
Ma una sera, a desinare, il padre pronunciò [p. 72 modifica]una parola che fu decisiva per lui. Sua madre lo guardò, e parendole di vederlo più malandato e più smorto del solito, gli disse: - Giulio, tu sei malato. - E poi, voltandosi al padre, ansiosamente: - Giulio è malato. Guarda com’è pallido! Giulio mio, cosa ti senti? - Il padre gli diede uno sguardo di sfuggita, e disse: - È la cattiva coscienza che fa la cattiva salute. Egli non era così quando era uno scolaro studioso e un figliuolo di cuore. - Ma egli sta male! - esclamò la mamma. - Non me ne importa più! - rispose il padre.
Quella parola fu una coltellata al cuore per il povero ragazzo. Ah! non glie ne importava più. Suo padre che tremava, una volta, solamente a sentirlo tossire! Non l’amava più dunque, non c’era più dubbio ora, egli era morto nel cuore di suo padre... Ah! no, padre mio, - disse tra sé il ragazzo, col cuore stretto dall’angoscia, - ora è finita davvero, io senza il tuo affetto non posso vivere, lo rivoglio intero, ti dirò tutto, non t’ingannerò più, studierò come prima; nasca quel che nasca, purché tu torni a volermi bene, povero padre mio! Oh questa volta son ben sicuro della mia risoluzione!
Ciò non di meno, quella notte si levò ancora, per forza d’abitudine, più che per altro; e quando fu levato, volle andare a salutare, a riveder per qualche minuto, nella quiete della notte, per l’ultima volta, quello stanzino dove aveva tanto la- [p. 73 modifica]vorato segretamente, col cuore pieno di soddisfazione e di tenerezza. E quando si ritrovò al tavolino, col lume acceso, e vide quelle fasce bianche, su cui non avrebbe scritto mai più quei nomi di città e di persone che oramai sapeva a memoria, fu preso da una grande tristezza, e con un atto impetuoso ripigliò la penna, per ricominciare il lavoro consueto. Ma nello stender la mano urtò un libro, e il libro cadde. Il sangue gli diede un tuffo. Se suo padre si svegliava! Certo non l’avrebbe sorpreso a commettere una cattiva azione, egli stesso aveva ben deciso di dirgli tutto; eppure... il sentir quel passo avvicinarsi, nell’oscurità; - l’esser sorpreso a quell’ora, in quel silenzio; - sua madre che si sarebbe svegliata e spaventata, - e il pensar per la prima volta che suo padre avrebbe forse provato un’umiliazione in faccia sua, scoprendo ogni cosa... tutto questo lo atterriva, quasi. Egli tese l’orecchio, col respiro sospeso... Non sentì rumore. Origliò alla serratura dell’uscio che aveva alle spalle: nulla. Tutta la casa dormiva. Suo padre non aveva inteso. Si tranquillò. E ricominciò a scrivere. E le fasce s’ammontavano sulle fasce. Egli sentì il passo cadenzato delle guardie civiche giù nella strada deserta; poi un rumore di carrozza che cessò tutt’a un tratto; poi, dopo un pezzo, lo strepito d’una fila di carri che passavano 
lentamente; poi un silenzio profondo, rotto a quando a quando [p. 74 modifica]dal latrato lontano d’un cane. E scriveva, scriveva. E intanto suo padre era dietro di lui: egli s’era levato udendo cadere il libro, ed era rimasto aspettando il buon punto; lo strepito dei carri aveva coperto il fruscio dei suoi passi e il cigolio leggiero delle imposte dell’uscio; ed era là, - con la sua testa bianca sopra la testina nera di Giulio, - e aveva visto correr la penna sulle fasce, - e in un momento aveva tutto indovinato, tutto ricordato, tutto compreso, e un pentimento disperato, una tenerezza immensa, gli aveva invaso l’anima, e lo teneva inchiodato, soffocato là, dietro al suo bimbo. All’improvviso, Giulio diè un grido acuto, - due braccia convulse gli avevan serrata la testa. - O babbo! babbo, perdonami! perdonami! - gridò, riconoscendo suo padre al pianto. - Tu, perdonami! - rispose il padre, singhiozzando e coprendogli la fronte di baci, - ho capito tutto, so tutto, son io, son io che ti domando perdono, santa creatura mia, vieni, vieni con me! - E lo sospinse, o piuttosto se lo portò al letto di sua madre, svegliata, e glielo gettò tra le braccia e le disse: - Bacia quest’angiolo di figliuolo che da tre mesi non dorme e lavora per me, e io gli contristo il cuore, a lui che ci guadagna il pane! - La madre se lo strinse e se lo tenne sul petto, senza poter raccoglier la voce; poi disse: - A dormire, subito, bambino mio, va’ a dormire, a riposare! [p. 75 modifica]Portalo a letto! — Il padre lo pigliò fra le braccia, lo portò nella sua camera, lo mise a letto, sempre ansando e carezzandolo, e gli accomodò i cuscini e le coperte. — Grazie, babbo, — andava ripetendo il figliuolo, — grazie; ma va a letto tu ora; io sono contento; va a letto, babbo. — Ma suo padre voleva vederlo addormentato, sedette accanto al letto, gli prese la mano e gli disse: — Dormi, dormi figliuol mio! — E Giulio, spossato, s’addormentò finalmente, e dormì molte ore, godendo per la prima volta, dopo vari mesi, d’un sonno tranquillo, rallegrato da sogni ridenti; e quando aprì gli occhi, che splendeva già il sole da un pezzo, sentì prima, e poi si vide accosto al petto, appoggiata sulla sponda del letticciolo, la testa bianca del padre, che aveva passata la notte così, e dormiva ancora, con la fronte contro il suo cuore.

https://it.wikisource.org/wiki/Cuore_(1889)/Dicembre/Il_piccolo_scrivano_fiorentino

Edmondo De Amicis



Il 21 ottobre del 1846 nasceva Edmondo De Amicis, scrittore e giornalista, ricordato per aver scritto il famosissimo Libro per ragazzi CUORE.
Un libro che chi ha la mia età ricorderà quante lacrime abbiamo versato verso le  storie "mensili" strappalacrime, pubblicate all'interno della storia di alcuni compagni di classe di una scuola torinese.

Chi non ha amato: La piccola vedetta Lombarda, Sangue Romagnolo,Il tamburino sardo, il piccolo scrivano fiorentino...


Un libro che è stato molto bistrattato,  in quanto ritenuto troppo lacrimevole, troppo risorgimentale, troppo ideologico. 
Tuttavia questo libro, il cui pregio di essere scritto come un diario scolastico, ha avuto un valore importantissimo che pochi gli riconoscono, il libro è stato scritto con l'intento di unire questa Italia attraverso i racconti, l'intento non era solo di natura pedagogica, ma soprattutto sociale.
Quest'Italia appena unificata, ancora non si conosceva tra le varie regioni, si parlavano dialetti diversi, le scuole erano ancora deserte, l'analfabetismo dilagava e l'italiano, come lingua  ufficiale, era ancora poco conosciuta. 
Il romanzo ha unificato il paese in modo molto  forte, e le storie portavano a conoscenza un altra parte di noi, quelle regioni di cui non si conoscevano usi e costumi.
La vita di De Amicis fu travagliata, scossa dai continui litigi con la moglie, un figlio suicida, e rapporti difficili anche con l'altro, avvocato, che amava la solitudine.
Mori a Bordighera nel 1908 per emorragia cerebrale. Alla morte dell'unico figlio erede,  e della moglie di lui, l'ingente patrimonio del De Amicis, che doveva essere destinato al comune di Torino città in cui visse, ed ai poveri, sparì misteriosamente.


http://www.raistoria.rai.it/articoli/edmondo-de-amicis-il-libro-cuore/25297/default.aspx

lunedì 5 settembre 2016

Goffredo Mameli

Il 5 settembre del 1827 nasceva a Genova  il poeta e patriota Goffredo Mameli, a lui si vede il nostro Inno d'Italia. L'influenza della madre molto colta e con attenzioni verso la Repubblica, grazie anche all'amicizia con Mazzini, fu da subito evidente nel giovane Mameli. Compì studi universitari sempre nella sua città natia, ma la passione politica lo affascinò e vi dedico la sua brevissima vita. Compose versi dedicati a Roma e a Mazzini, l'inno Militare. Scrisse anche ballate ed una tragedia, e molti versi che furono conosciuti dopo la sua morte, grazie al poeta Carducci. Ma le sue opere venivano interrotte sempre dai grandi ideali che pervadevano al sua anima, era un sostenitore accanito della Repubblica, ed avversario della monarchia.
Fu amico di Nino Bixio, Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. I suoi versi, diventarono  volti a decancatare l'Italia e l'impegno civile che ne deriva, una sorta di poesia civile, in cui cercava di dare una nota poetica alle gesta di Mazzini, il suo eroe.Il 9 novembre del 1847 pubblicò il suo inno che fu tradotto in musica dal maestro di musica Novaro."Messo in musica dal maestro M. Novaro che corresse l'incipit, dandogli la forma definitiva, accompagnò per un biennio le gesta dei volontari instillando nel sentire comune, insieme con l'odio per l'Austria, l'orgoglio di un passato che si fregiava delle glorie romane e di quelle dell'Italia dei comuni."Goffredo Mameli partecipò in prima linea nei vari moti risorgimentali,  fu nominato da Garibaldi aiutante in campo, partecipando attivamente alle varie iniziative di Garibaldi, fra cui l'assedio dei francesi a Roma, e durante la difesa, il 3 giugno fu ferito ad una gamba, furono costretti ad amputargliela a causa di un'
infezione, ma purtroppo non riusci a superarla ed il 6 luglio 1849 morì, alla giovanissima età di  22 anni.

Eccovi il testo dell' Inno d'Italia

Fratelli d’Italia
l’Italia s’e’ desta
dell’elmo di Scipio
s’e’ cinta la testa
Dov’e’ la vittoria?
Le porga la chioma
che schiava di Roma
Iddio la creo’
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamo’
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamo’, si!
Noi fummo da secoli
calpestati, derisi
perche’ non siam popoli
perche’ siam divisi
Raccolgaci un’unica
bandiera, una speme
di fonderci insieme
gia’ l’ora suono’.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamo, si’!
Uniamoci, uniamoci
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio
chi vincer ci puo’?
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamo, si!
Dall’Alpe a Sicilia,
dovunque e’ Legnano;
ogn’uomo di Ferruccio
ha il core e la mano;
i bimbi d’Italia
si chiaman Balilla
il suon di ogni squilla
i Vespri suono’.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamo, si’!
Son giunchi che piegano
le spade vendute
gia’ l’Aquila d’Austria
le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia
e il sangue Polacco
beve’ col Cosacco
ma il cor le brucio’.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamo’, si!


(http://www.treccani.it/enciclopedia/goffredo-mameli_(Dizionario-Biografico))

sabato 20 agosto 2016

Garcia Lorca

Carissimi lettori e lettrici il 19 agosto del 1936 moriva un grande poeta spagonolo: Garcia Lorca.
Vi posto  un mio piccolo contributo alla sua memoria, scritto nel 2016.
Buona lettura.

Garcia Lorca
nato il/6/1898 ed è morto assassinato con la fucilazione il 19/8/1936 a Vizinar in Spagna, il suo corpo non è mai stato ritrovato.
Poeta e drammaturgo andaluso, si può considerare uno dei poeti massimi che la Spagna abbia avuto e che il mondo intero ha amato, non a caso qualcuno ha scritto che il suo omicidio è stato "un crimine contro l'umanità", un crimine commesso durante la dittatura franchista e per la sola colpa di scrivere versi e di essere omosessuale..
Durante la vita universitaria conobbe personaggi illustri con i quali cominciò una collaborazione culturale per cercare dare vita e voce alla cultura spagnola emergente, conobbe Dalì, Neruda, Bunuel, Alberti. I suoi progetti finirono presto, durante il colpo di stato ad opera dei militari franchisti, fu catturato e fucilato.
Ma il potere franchista non ha certo fermato il potere più forte che si ritrova nelle sue poesie, che hanno varcato il confine della Spagna e reso immortale i versi di Garcia Lorca.

Le sue poesie sono intrise di una velata melanconia, i suoi versi sono simili al suono della chitarra, strumento tanto amato dal poeta, tanto da dedicargli una poesia.
La vera forza delle parole di Lorca è incisa in quella forza quasi sovrannaturale che viene definita El Duende, una forza che è quasi un connubio con le varie forze della natura e che la terra magicamente trasforma in versi o in musica, ed in questa forza vi sono racchiuse le storie del passato, i nostri avi, i nostri colori e sapori. I suoi versi contengono il passato della cultura spagnola ed è in questo che trova forza e vigore nella cultura araba e zingara che ne sono le vere radici e scorrono nel sangue dei poeti o intellettuali spagnoli come una linfa vitale che li rende immortale, come la cultura che
tramandando vestendola di nuove parole.
Nei versi di Lorca v'è è tutta l'Andalusia, vi è tutta la magia dei zigani, vi è il flamenco, vi sono i balli attorno al fuoco, vi sono le corride... ed è per questo che suona melodiosa, melanconica e forte. La forza del duende è questa, le radici che emergono prorompenti e capaci di soggiogare colui che le ascolta e trascinarlo in questo luogo atavico fatto di magia colori e suoni, e come in un vortice lo rapisce e lo rende amante, come in un amplesso, dei versi andalusi.

Le sue raccolte più famose sono: PRIMER ROMANCERO GITANO - POETA A NEW YORK - LAMENT FOR IGNACIO SANCHEZ - POEMA DEL CANTE JONDO, e altri.
Scrisse anche delle opere teatrali tra cui ricordiamo: NOZZE DI SANGUE - LA CASA DI BERNARDA ALBA - YERMA - DONNA ROSITA e altri








Ecco alcune sue poesie





LA CHITARRA

Incomincia il pianto
della chitarra.
Si rompono le coppe
dell'alba.
Incomincia il pianto
della chitarra.
È inutile
farla tacere.
È impossibile
farla tacere.
Piange monotona
come piange l'acqua,
come piange il vento
sulla neve.
È impossibile
farla tacere.
Piange per cose
lontane.
Arena del caldo Meridione
che chiede camelie bianche.
Piange freccia senza bersaglio
la sera senza domani
e il primo uccello morto
sul ramo.
Oh, chitarra,
cuore trafitto
da cinque spade.

Da Lamento per Ignacio Sánchez Mejías
Il cozzo e la morte
Alle cinque della sera.

Eran le cinque in punto della sera.
Un bambino portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una sporta di calce già pronta
alle cinque della sera.
Il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera.
Il vento portò via i cotoni
alle cinque della sera.
E l'ossido seminò cristallo e nichel
alle cinque della sera.
Già combatton la colomba e il leopardo
alle cinque della sera.
E una coscia con un corno desolato
alle cinque della sera.
Cominciarono i suoni di bordone
alle cinque della sera.
Le campane d'arsenico e il fumo
alle cinque della sera.
Negli angoli gruppi di silenzio
alle cinque della sera.
Solo il toro ha il cuore in alto!
alle cinque della sera.
Quando venne il sudore di neve
alle cinque della sera,
quando l'arena si coperse di iodio
alle cinque della sera,
la morte pose le uova nella ferita
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Alle cinque in punto della sera.
Una bara con ruote è il letto
alle cinque della sera.
Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie
alle cinque della sera.
Il toro già mugghiava dalla fronte
alle cinque della sera.
La stanza s'iridava d'agonia
alle cinque della sera.
Da lontano già viene la cancrena
alle cinque della sera.
Tromba di giglio per i verdi inguini
alle cinque della sera.
Le ferite bruciavan come soli
alle cinque della sera.
E la folla rompeva le finestre
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Ah, che terribili cinque della sera!
Eran le cinque a tutti gli orologi!
Eran le cinque in ombra della sera!


Notturno

Ho tanta paura
delle foglie morte,
paura dei prati
gonfi di rugiada.
Vado a dormire;
se non mi sveglierai
lascerò al tuo fianco
il mio freddo cuore.
Che cosa suona
così lontano?
Amore. Il vento sulle vetrate,
amor mio!
Ti cinsi collane
con gemme d’aurora.
Perché mi abbandoni
su questo cammino?
Se vai tanto lontana
il mio uccello piange
e la vigna verde
non darà vino.
Che cosa suona
così lontano?
Amore. Il vento sulle vetrate,
amor mio!
Non saprai mai
o mia sfinge di neve,
quanto
t’avrei amata
quei mattini
quando a lungo piove
e sul ramo secco
si disfa il nido.
Che cosa suona
così lontano?

Amore. Il vento sulle vetrate,
amor mio!
Non saprai mai
o mia sfinge di neve,
quanto
t’avrei amata
quei mattini
quando a lungo piove
e sul ramo secco
si disfa il nido.
Che cosa suona
così lontano?
Amore. Il vento sulle vetrate,
amore mio!
La lettrice di cartadiMaria LuciaDesign byIole